Giovanni Giuga (Ispica, 21 maggio 1942 - Ispica 11 dicembre 2021) è stato poeta e scrittore.
Di seguito fedelmente riportiamo la biografia scritta di suo pugno.
Ha insegnato in vari licei ed è stato preside a Roma.
Si è laureato a Catania con una tesi sull'Antigone di Euripide che meritò la dignità di stampa. Negli anni 1974-1978 ha collaborato con "La Fiera Letteraria", con interviste con i più noti scrittori del panorama letterario italiano (Leonardo Sciascia, Carlo Cassola, Ercole Patti, Anna Maria Ortese, Nello Saito, Pietro Citati). Sempre su "La Fiera Letteraria" ha cominciato a pubblicare le sue poesie.
Nel 1978 esordisce con il volumetto "Poesie da Smerdjakòv (Lacaita, prefazione di Maria Luisa Spaziani), che dopo essere risultato secondo al "Premio Viareggio" nello stesso anno ottiene il "Premio Mondello" (opera prima). E' l'anno in cui il premio maggiore va a Milan Kundera e a Ghiannis Ritsos. Giovanni Giuga si trova a recitare un suo componimento sulla stessa scena in cui si esibisce il poeta russo Evgenij Evtuscenko.
Anche la successiva raccolta "Scolii alla casa del nespolo" (Lacaita, 1988) ottiene importanti riconoscimenti. Risulterà finalista al "Premio Carducci" e al "Premio Montale", mentre una plaquètte inedita che poi confluirà in quel libro aveva ottenuto il "Premio Montedison" (della giuria, fra altri nomi autorevoli, faceva parte Sebastiano Addamo). La stessa raccolta, in ballottaggio con quella del poeta siciliano Stefano Vilardo, ottiene il secondo posto in un concorso poetico organizzato dalla Città di Ragusa e svoltosi al "Pisciotto" di Sampieri.
A proposito delle suddette pubblicazioni, Gesualdo Bufalino (che in un caffè di Modica, dopo una breve corrispondenza epistolare, aveva voluto incontrare il suo autore) così scriveva: "I suoi versi mi hanno molto colpito per energia affabulatoria, fra strazio e ironia, e luce di intelligenza. Lei è poeta vero, poeta eccellente (anche se questo serve a poco, a niente). Lei scrive cose belle, come solo trenta poeti o meno, oggi, in Italia".
Tale testimonianza è riportata sulla quarta di copertina del terzo libro "Del raccogliere chiocciole e altre poesie" (Lacaita, 2001), che si avvale della prefazione di Giorgio Barberi Squarotti.
Poesie di Giovanni Giuga sono apparse in diverse antologie e un suo componimento è stato incluso in "Poesia erotica italiana del Novecento", curata da Carlo Villa per le edizioni della Newton Compton.
La motivazione della Giuria del Premio Mondello (come anche G. Zagarrio in "Febbre, Furore e Fiele", Mursia 1983) aveva ravvisato nel libro d’esordio "Poesie da Smerdjakòv" la presenza di moduli e procedimenti narrativi. Tale vocazione narrativa è testimoniata dal romanzo "I fantasmi della veglia", edito nel gennaio 2018 da Manni. Autofinzione e artificio metaletterario, come ha scritto Grazia Dormiente, sono le caratteristiche di un racconto in cui l’autore, come ha fatto già in versi nei panni di Smerdjakòv, agisce e si vede agire con l’immaginazione ipertrofica di un personaggio di Dostoevskij.
Nella città natale, Giovanni Giuga ha svolto negli anni un riconosciuto ruolo di referente culturale. E’ stato ideatore e organizzatore di un importante evento intitolato "Incontri con i contemporanei" (che per motivi pratici aggiunse il nome di "Premio di Cultura e Poesia") che, sotto il patrocinio e l’egida del Comune di Ispica, ha costituito per molti anni uno spazio di confronto intellettuale della comunità con le personalità più rappresentative dell'odierno panorama culturale e artistico italiano (sono intervenuti poeti come Maria Luisa Spaziani e Giovanni Giudici, scrittori quali Sebastiano Addamo, Gaetano Gangi, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, i pittori Gino Guida e Enrico Benaglia, il regista Giuseppe Tornatore).
Attiva è stata la sua collaborazione a giornali e riviste di storia e attualità ispicese come "Hyspicae fundus" e "L’Immaginario".
Testimonianze, prefazioni, citazioni sulle opere di Giovanni Giuga.
Se è vero che, dopo Baudelaire, ogni poesia deve contenere in sè la sua poetica, ogni poeta il suo critico, già le prime pagine di questi sorprendenti Scolii di Giovanni Giuga ci dicono, più forse del suo turbato precedente poetare (Poesie da Smerdjakòv, il suo felice libro d'esordio, ottenne nel '78 il Premio Mondello), che questi versi s'innervano di una stillante e consapevole contemporaneità.
"Come in memorabili sequenze del cinema muto, Giovanni Giuga eccelle nell'arte di evocare maschere inquietanti e grottesche (l'istrionico profilo smerdjakoviano o l'ombra ironeggiante dello scoliaste) e anche qui l'ansia metafisica di verità e di bellezza, il presentimento angoscioso del nuovo che evolve e dell'effimero e del vano, suscita gesti e sfondi drammatici di grande suggestione."
"I suoi versi mi hanno molto colpito per energia affabulatoria, fra strazio e ironia, e luce di intelligenza. Lei è poeta vero, poeta eccellente (anche se questo serve a poco, a niente). Lei scrive cose belle, come solo trenta poeti o meno, oggi, in Italia."
"...e con Evtuscenko, uno dei più grandi poeti viventi, entriamo nel vivo di quel "Concerto di poesia" che ha preceduto la premiazione vera e propria. Insieme a Evtuscenko, si è alternato ai microfoni e davanti a un foltissimo pubblico un altro importante ospite d'onore, il poeta francese Claude Esteban, nonchè due premiati per la sezione poesia: il greco Ritsos e l'italiano Giuga."
A proposito delle suddette pubblicazioni, Gesualdo Bufalino (che in un caffè di Modica, dopo una breve corrispondenza epistolare, aveva voluto incontrare il suo autore) così scriveva: "I suoi versi mi hanno molto colpito per energia affabulatoria, fra strazio e ironia, e luce di intelligenza. Lei è poeta vero, poeta eccellente (anche se questo serve a poco, a niente).
Lei scrive cose belle, come solo trenta poeti o meno, oggi, in Italia".
Marzo 1978
Per "I TESTI" - Collana editoriale di poesia contemporanea diretta da Leonardo Mancino - Prefazione di MARIA LUISA SPAZIANI - MANDURIA - LACAITA EDITORE
Marzo 1988
Per "I TESTI" - Collana editoriale di poesia contemporanea diretta da Leonardo Mancino - Prefazione di MARIA LUISA SPAZIANI - MANDURIA - LACAITA EDITORE.
Marzo 2001
Per "I TESTI" - Collana editoriale di poesia contemporanea diretta da Leonardo Mancino - Prefazione di GIORGIO BARBERI SQUAROTTI - MANDURIA - LACAITA EDITORE
Gennaio 1983
Antologia in cui è stato incluso un componimento ".
Gennaio 1981
Antologia in cui è stato incluso il componimento "Armida".
2012
Approdato a La Fiera Letteraria, a trentuno anni agli inizi degli anni ‘70, Giovanni Giuga inizia il proprio noviziato di prosa e di scrittura. Per la celebre rivista, su cui avevano già pubblicato Quasimodo, Ungaretti e Zavattini, il giovane Giuga, in qualità di giornalista letterario, trascrive su carta millimetrata le sue interviste a Sciascia, Cassola, Saito, Patti, Citati, Ortese. Temi, allora di attualità socio-culturale e letteraria, vengono fuori da queste interviste inedite.
Gennaio 2018
Il contrasto morale del protagonista con un misterioso zio monsignore dura una vita intera. E la veglia funebre è lo scenario in cui ripercorrere la propria esistenza e riconoscere i fantasmi del passato, i rimorsi, le offese: la rigida educazione cattolica, l'amore per la figlia lontana e gli incontri con le donne, la nuova formazione ideologica del Sessantotto e il fortuito appuntamento con il terrorismo. Una memoria appassionata fa attraversare alcuni tratti della storia d'Italia e si arriva a un incendio. La chiesa del monsignore va a fuoco, va in cenere l'antica pala d'altare, e sul protagonista gravano i sospetti della comunità.
In questa sezione sono raccolti articoli, testimonianze, ricordi, riflessioni di coloro che, avendo conosciuto Giovanni Giuga, hanno sentito e sentono la necessità di ricordarlo.
Il valore di una comunità è costituito certamente dalla ricchezza che vi si produce in termini economici. Ma un peso non trascurabile lo esercitano i suoi beni culturali materiali e immateriali e la caratura degli uomini e delle donne che le danno lustro.
La scomparsa di Giovanni Giuga, avvenuta dopo un malore improvviso la sera dell’11 dicembre mentre Giuga faceva una delle sue solite passeggiate per Ispica, ci rende più poveri perché con lui è venuta a mancare una colonna del nostro già malconcio sistema dei saperi.
Giovanni Giuga era un insegnante e un preside in pensione. Ma prima era un uomo di cultura. Non la cultura strombazzata e sfoggiata. Ma la cultura gustata, studiata, metabolizzata, divulgata. Con in tasca la laurea in Lettere, conseguita discutendo una tesi sull'Antigone di Euripide che meritò la dignità di stampa, Giuga fu portato dal suo cuore e dalla sua mente ad amare e studiare i classici. Fu insegnante di Latino e Greco in vari licei romani prima di diventare preside sempre a Roma. Ma non tagliò mai il suo legame con Ispica, dove tornò stabilmente da pensionato. La sua passione per la letteratura lo portò a metà degli anni ’70 a collaborare con “La Fiera Letteraria”, realizzando interviste con i più noti scrittori di allora, da Leonardo Sciascia e Carlo Cassola a Ercole Patti, Anna Maria Ortese, Nello Saito e Pietro Citati. Al contempo mise a frutto la sua forbita vena poetica con l’uscita, avvenuta nel 1978, di “Poesie da Smerdjakov”, raccolta edita da Lacaita, risultata seconda al Premio Viareggio e vincitrice del Premio Mondello come opera prima poetica. In “Poesie da Smerdjakòv” la giuria del “Mondello” individuò la presenza di moduli e procedimenti narrativi che Giovanni Giuga metterà a frutto diversi anni dopo nel romanzo autobiografico “I fantasmi della veglia”, uscito nel gennaio 2018 con i tipi dell’editore Manni. Un lavoro, quest’ultimo, che arricchisce la collana di romanzi e racconti ispirati da vicende, storie e personaggi ispicesi. Il più popolare, romanzato ne “I fantasmi della veglia”, è l’incendio in Chiesa Madre del 1963 nel quale fu incenerito dalle fiamme il “Martirio di San Bartolomeo”, tela settecentesca attribuita a Giuseppe Tresca, posta sull’altare maggiore. La tela che vediamo oggi è opera del pittore pozzallese Rodolfo Cristina. Ma l’approdo alla narrativa, ancorché in qualche modo annunciato dalla giuria del “Mondello”, per Giuga arrivò solo nella maturità, dopo una fervente attività di poeta e divulgatore. Un’altra silloge, “Scolii alla casa del nespolo” (Lacaita, 1988), ottenne importanti riconoscimenti. Fu finalista al Premio Carducci e al Premio Montale. Ottenne anche il secondo posto in un concorso organizzato dalla Città di Ragusa, svoltosi al Pisciotto di Sampieri.
Ad Ispica impronta indelebile dell’attività di intellettuale e della rete di conoscenze di Giovanni Giuga fu il “Premio di poesia e cultura Città di Ispica – Incontri con i contemporanei”, praticamente una sua creatura, che si accreditò come evento clou di ogni estate fra le fine degli anni ’70 e gli anni successivi, riproposto con convinzione anche da amministrazioni comunali di orientamento diverso da quella socialcomunista che lo lanciò. Il palco del premio fu calcato dai nomi più altisonanti della cultura e delle arti espressive di quegli anni. Nella prima edizione dedicata alla poesia, tenuta nel 1979, furono premiati Giovanni Giudici e Maria Luisa Spaziani. Nel 1980 toccò alla narrativa con Sebastiano Addamo e Gaetano Gangi, nel 1981 alla musica (Flavio Testi e Roberto Fabbriciani), per il teatro nel 1982 vennero premiati Leonardo Sciascia e Giancarlo Sbragia e poi via via Piero Guccione e Biagio Brancato per la pittura, Luciano Salce e Giuliana De Sio per il cinema, Miko Magistro del Teatro Stabile di Catania e Italia Chiesa della Marionettistica dei fratelli Napoli per il teatro dialettale, Luigi Bernabò Brea e Giuseppe Voza per l’archeologia. Premiati anche Giuseppe Tornatore ancora per il cinema e Vincenzo Consolo per la narrativa, fino al declino parallelo della città e di questo premio, ormai testimone di un glorioso passato quando non si usava dire "con la cultura non si mangia".
Giovanni Giuga era collaboratore fisso de L’Immaginario.
Il suo ultimo articolo è stato pubblicato in apertura dello scorso numero di novembre. Una dotta ed erudita reprimenda contro i No vax, con tanto di riferimenti storici e letterari.
Giuga voleva fare le cose per bene, di alto livello, rifuggendo dalla banale mediocrità imperante, dando a ciò che faceva il suo contributo di uomo libero e dotato di un profondo spirito critico. Faceva parte di quella schiera di intellettuali di sinistra (un tempo si chiamavano intellighènzia) non irreggimentabili sotto una tenda di partito, che cedono solo alla forza delle idee non senza aver coltivato il dubbio. Dimostrando di sapere guardare avanti, sostenne la compatibilità della fede religiosa con la fede politica di sinistra, in anni in cui questo connubio era considerato una contraddizione.
Il patrimonio morale che ci lascia Giovanni Giuga, oltre i suoi scritti, consiste proprio in questa libertà intellettuale lontana da schemi precostituiti e dogmi inspiegabili. Emblematico in tal senso un brano, tratto da “I demoni” di Dostoevskij: "Ho saputo con mio grandissimo stupore… non solo che Stepàn Trofìmovic non viveva in esilio nella nostra provincia, ma che non era mai stato sorvegliato". Giovanni Giuga lo scelse come epigrafe per "I fantasmi della veglia".
Senza il suo sapere, privi della sua testimonianza di libertà, siamo ancora più poveri.
Erano anni di Corso Umberto affollato a Ispica, in estate, specie d’agosto. Tornavamo tutti dai nostri posti di lavoro lontani dalla Sicilia e sfoggiavamo i vestiti più belli. Nel lento viavai della passeggiata serale (le sere al sud cominciano tardi), ci si mostrava, ci si incontrava, ci :si squadrava e raccontava: quello è il professor Giovanni Giuga e lei sua moglie, Giovanna, vivono a Roma. Coppia bella e appariscente, non si poteva far a meno di notarla, lui bruno e aitante lei bionda e suadente. Lui spesso in completi bianchi, blazer blu, lui con qualche nuance di rosa quando ancora non era diffuso questo colore tra gli uomini. Un anno dopo l’altro le notizie venivano aggiornate: è presidente della commissione d’esame al Liceo di Ispica, a Roma è diventato preside, è tornato a vivere qui. I ritorni definitivi mi allarmano sempre, perché da migrato hai due realtà e tornando devi consistere in una sola: può andare bene o no, è una scommessa. Spero che Giovanni la sentisse vinta.
Ci sono state estati dove, su sua sollecitazione, venne istituito un Premio Letterario. Maria Luisa Spaziani, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino, autori di altissimo calibro. Su quella strada, Ispica vanterebbe oggi un premio letterario tra i più consolidati. Quasi sempre eravamo insieme a presentare gli scrittori, con due stili diversi, lui da classicista e amante della buona retorica, analizzava l’opera con sagacia e acutezza, spaziando e citando. Si beava delle parole, Giovanni, come del resto mi beavo io, solo con uno stile più asciutto, avendo avuto altri maestri. Alla fine, ci si scambiava complimenti, ma il nostro interesse era riceverne dagli scrittori premiati e tentare con loro un rapporto preferenziale. Con il nostro narcisismo da poeti o rivalità professionale, tiravamo ognuno dalla sua parte.
Il suo primo libro, Poesie da Smerdjakov, vinse il premio Mondello e sfiorò il Viareggio, lanciandolo così nel mondo letterario che conta. La sua venerazione per la letteratura russa lo porta, in quel libro, a una sorta di identificazione col personaggio reietto, il servo, figlio illegittimo. Mi ha sempre sorpreso la differenza tra la sua personalità esteriore, sicura del proprio valore e ruolo, del suo aspetto e gusto, e quella interiore/letteraria, votata a pagare uno scotto, un’antica colpa mai commessa, rivestita di panni umili e rimorsi. Anche l’ultimo libro, I fantasmi della veglia, il romanzo che ho recensito su questa rivista nel 2018, ha per protagonista un uomo-vittima: di sopraffazioni ecclesiastiche e parentali che lo stringono nei lacci del senso di colpa, vietandogli una libera espansione di sé.
Non so quando sia avvenuto che siamo passati dal rispetto formale tra noi alla vera considerazione. Di certo qualche buon intermediario riportò a lui e a me frasi di sincero apprezzamento, e i sorrisi si fecero più larghi, gli sguardi più aperti, le parole più distese. Ci si ritrovava sempre più spesso sulle pagine dell’Immaginario: ancora con due stili diversi ma non contava più. Qualche estate fa ci trovammo con un microfono in mano, sul sagrato dell’ Annunziata. In occasione dei festeggiamenti per Pietro Germi e Divorzio all’italiana, mi avevano invitato a parlare di donne, nel cinema e oltre. Giovanni mi presentò con un tale calore e generosità, poneva domande così sollecitanti che il pubblico rimase attento e silenzioso fino alla fine. Non aveva svolto un compito per dovere. Lo sentii alleato, amico.
Ho fatto in tempo a partecipare alle sue feste di mezza estate. La sua casa in campagna era a sua volta una poesia, un’opera del tempo e della memoria. Giovanna ci accoglieva cordiale, con un pizzico di complicità per qualche vezzo o piccola mania del suo consorte. Il clou della festa era una quantità enorme di pasta tradizionale (miliddi?) trasportata in una vecchia madia. Giovanni sapeva moltissime cose del luogo, usi e costumi, amava le consuetudini e quella casa era il suo capolavoro. Un’orchestrina dal vivo, gli ospiti seduti a semicerchio, qualcuno ballava. E poi la parte teatrale, era un teatrante Giovanni Giuga, aveva bisogno di pubblico quanto di solitudine e scrittura. Con un’ ampia camicia bianca, da artista o mugik della steppa, recitava a memoria lunghi monologhi o brani di poemi. Quanto tempo ad impararli, quanto a preparare viveri e beveraggi per tutti quegli ospiti?
Negli angoli meno chiassosi ci scambiavamo qualche parere o progetto letterario. Timidi l’uno con l’altro, mai davvero confidenti, intuendo cose non dette senza chiederle per delicatezza.
Voglio fermarlo così, Giovanni, prodigo padrone di casa, avido di essere ascoltato nella notte estiva siciliana. Quel tipo di notte da lui ricreata in poesia e in prosa, piena di profumi e misteri. Nessuno, ormai, può portartela via.
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. [N. Machiavelli, 1513]
Il 10 dicembre 1513 Niccolò Machiavelli indirizza a Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino presso Papa Leone X, la celebre epistola in cui annuncia la redazione del Principe e spiega all’amico cosa rappresenti per lui lo studio. Si tratta di un documento prezioso sia per focalizzare il contesto in cui nacque una delle pietre miliari della politologia moderna sia per comprendere appieno l’importanza che le lettere rivestono nella vita di un uomo. Lo studio è infatti ricerca e al contempo passione, secondo l’etimologia latina, senza le quali non può esserci conoscenza e felicità. L’attività intellettuale, da Cicerone a Petrarca fino a Leopardi e Montale, non è altro che un viaggio di esplorazione continuo, fatto di incontri, spesso spirituali, e di scoperte, che accompagnano l’esistenza recandole piacere e conforto. La pensava così anche Giovanni Giuga, poeta, scrittore, docente, dirigente scolastico: in una parola, intellettuale a tutto tondo. Di un’intellettualità non da salotto e nemmeno da vetrina. Il suo viaggio nelle lettere appariva invece come un “profondo sentire”, parafrasando Alfieri, che lo portava a percepire il senso delle cose e della natura. Lo induceva a comprendere il carattere delle persone e a darne dimostrazione nelle sue liriche, che lo scrivente ha avuto la fortuna di apprezzare. Ci siamo conosciuti sulle colonne dell’Immaginario. Abbiamo condiviso momenti culturali preziosi, anche se in modalità telematica, come la presentazione del volume Cosmi e microcosmi di Carlo Soldatini e Nino Lauretta, esattamente un anno fa. La scorsa estate abbiamo partecipato entrambi come relatori alla prima della mostra fotografica Tokyo-Ispica, sempre con gli scatti del duo Soldatini-Lauretta. In entrambe le circostanze ci siamo reciprocamente “scoperti”: l’uno percependo nell’altro la medesima passione per la bellezza, l’uno intuendo nell’altro la fascinazione della letteratura, che, alla pari di un incantesimo, avvince e solleva dalle grettezze della quotidianità. Non a caso Machiavelli confida al Vettori: mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui. Il cibo della mente nutre e sazia, dona dignità ad una vita che spesso riserva sporadiche soddisfazioni. Rappresenta un possesso personale, che ognuno di noi si porta con sé e utilizza come un vero e proprio talismano. Giovanni Giuga ha incarnato alla perfezione la figura dell’intellettuale-viaggiatore: mai pago di scoperte, mai sazio di bellezza, perennemente congiunto ai simboli e ai valori dell’arte, nella sua accezione più alta. Era difficile non rimanere affascinati dal suo spirito, così come ha rappresentato per me un’emozione unica ricevere per due volte i suoi libri, a partire da Poesie da Smerdjakòv fino agli Scolii alla casa del nespolo e ad altri preziosi materiali, che custodirò come tesori insieme alle lettere che ogni volta hanno accompagnato le spedizioni. Ho sentito l’umanità, la stima e la passione di una persona che anagraficamente avrebbe potuto essermi padre, ma che invece mi si offriva come amico autentico, con cui condividere interessi e letture. La scomparsa di Giovanni è stata tanto improvvisa quanto lacerante: ci saremmo dovuti vedere per queste vacanze di Natale, cenare insieme e ragionare sulle cose belle della vita. Pochi mesi prima se n’era andato anche il fratello e Giovanni aveva scritto per lui un ricordo bellissimo, apparso proprio sul nostro giornale. Perché amare la cultura significa condividere le emozioni più profonde e non avere paura di nulla, nemmeno della morte: dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. Ci si immerge a tal punto nello studio che si dimenticano le noie e gli affanni del quotidiano, si vive quasi una vita parallela. Credo che Giovanni Giuga abbia saputo testimoniare proprio questa capacità di entrare in profondità nelle parole e nei simboli della letteratura. La bellezza e l’originalità delle sue opere ne sono per tanti aspetti la dimostrazione e il viatico perché la sua figura non sia dimenticata. Orazio direbbe: exegi monumentum aere perennius.
Raccolta di video, interviste e alcune tra le più significative immagini, alcune storiche altre più recenti, della vita di Giovanni Giuga, dedicata all'amore per la cultura.
Giovanni Giuga durante la lettura di un brano tratto da "I fantasmi della veglia" il 6 giugno 2018 presso Mangiaparole libri e caffè | Via Manlio Capitolino 7/9 Metro Furio Camillo | Roma | 06 9784 1027 - info@mangiaparole.itMangiaparole
Città di Ispica, Palazzo Bruno, sabato 10 agosto, alla presenza di un uditorio scelto e intelligente, preludia alla chitarra il bravissimo cantautore Sergio Cannata ed ha inizio la famosa prima edizione del Premio di Poesia e Cultura (ideato e voluto da Giovanni Giuga).
Città di Ispica, Palazzo Bruno, domenica 11 agosto. Il prof. Giovanni Giuga, allietatore della serata, presenta l'attrice Lidia Alfonsi che disorienta e commuove il pubblico con queste parole: "QUESTA SERATA FA ONORE ALL'AMMINISTRAZIONE DI ISPICA: AGLI UOMINI CHE SONO SEDUTI QUI. LA PAROLA UOMINI DIVENTA SEMPRE PIU' RARA. UOMINI!.
Mondello - Palermo - 1978
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